Triste, solitaria è Teheran | Rep

TEHERAN. Per celebrare il 41° anniversario della Rivoluzione islamica, martedì 11 febbraio, i sostenitori del regime degli ayatollah si sono riversati in massa nelle strade di Teheran sfoderando i consueti slogan: “Morte all’America”, “Morte a Israele”, “Abbasso Trump”.

C’erano i paramilitari Basij, con la fronte fasciata dai versetti del Corano, le fanfare dell’esercito e dei Pasdaran, gli striscioni che promettono “dura vendetta”, le foto dei martiri, dell’imam Khomeini e del Rahbar, la Guida suprema Ali Khamenei. C’erano i mullah, gli impiegati statali, le scolaresche, le donne in chador, i disoccupati venuti a riempirsi le borse con il cibo distribuito gratis. Ma una larga parte della popolazione è rimasta a casa.”Nessuno di noi è andato alla manifestazione” dice Zahra, primo anno di disegno industriale all’Università di Teheran, che ogni pomeriggio si vede con gli amici e i compagni di corso in un caffè di piazza Fatemi. “Nessuno di noi va in moschea. E nessuno di noi andrà a votare. Siamo stufi delle balle che ci raccontano, delle promesse non mantenute, dei politici corrotti, della repressione poliziesca. Per noi giovani non c’è futuro in Iran. Tutti sogniamo di andarcene, in Europa o altrove”.Lo scollamento tra la società civile e la teocrazia al potere è ormai incolmabile. L’80 per cento degli 83 milioni di iraniani è nato dopo il 1979, il 40 per cento ha meno di 25 anni e alla generazione Instagram, ai ragazzi che vivono e s’incontrano sui social, la retorica rivoluzionaria e le astruse alchimie della politica appaiono incomprensibili. Eppure, a dispetto del manifesto disinteresse per il voto, le elezioni di oggi per il rinnovo del parlamento e dell’Assemblea degli esperti, l’organo incaricato di designare il leader supremo, sono di cruciale importanza.Se i risultati confermeranno le previsioni degli analisti, i conservatori legati al clero e alle Guardie della rivoluzione avranno un ruolo chiave nella scelta del successore dell’ottantenne Khamenei, in declinante stato di salute. “Sono pessimista” ci dice Yasser Rafsanjani, figlio dell’ex presidente. “La società iraniana non è mai stata così divisa e se prevarranno gli oltranzisti non usciremo dalla palude in cui ci troviamo”.Gli ultimi mesi sono stati tra i più drammatici nella storia della Repubblica islamica. A novembre i disordini per l’aumento del prezzo della benzina sono sfociati in un’aperta rivolta contro il regime, soffocata nel sangue: centinaia di morti, duemila feriti, settemila arresti. Il 3 gennaio, in un blitz ordinato da Donald Trump, un drone ha assassinato a Baghdad il generale Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds dei Pasdaran e principale artefice della strategia iraniana in Medio Oriente.Soleimani, stretto collaboratore di Khamenei, esperto conoscitore delle dinamiche regionali, rispettato in patria anche dai giovani e dall’opposizione, era una figura mitologica nell’universo sciita. Aveva saputo sfruttare a favore dell’Iran la disintegrazione delle strutture statali causata dai disastrosi interventi militari americani in Afghanistan e in Iraq; governava le milizie, i clan tribali e le fazioni religiose che esercitano il potere di fatto nel caotico teatro mediorientale; dialogava con Washington e forniva al tempo stesso armi e addestramento all’Hezbollah libanese e agli Houthi yemeniti. Se quel che resta dell’Isis ha festeggiato la sua morte definendola “un intervento divino” è perché sono state le milizie sciite inquadrate dal generale iraniano a fermare nel 2015 i jihadisti alle porte di Baghdad e a contribuire in modo decisivo alla sconfitta del Califfato in Siria e in Iraq.”L’omicidio di Soleimani” ci spiega il direttore del quotidiano Tehran Times Mohammad Ghaderi “rinforza i sentimenti antiamericani nel mondo sciita e avrà conseguenze negative per l’Occidente. L’Iran vendicherà la sua morte. E non cambierà la propria strategia in Medio Oriente”. La nomina del generale Esmail Qaani alla testa della Forza Quds segnala piuttosto uno slittamento su posizioni meno pragmatiche tra i Pasdaran e negli ambienti politici più ostili a Israele e Stati Uniti.Le dimostrazioni di cordoglio per l’assassinio di Soleimani, con milioni di iraniani in piazza per le cerimonie funebri, hanno innestato la collaudata leva del nazionalismo, che ha catapultato il “martire vivente” nell’empireo della Rivoluzione accanto a Khomeini e alla Guida suprema. Ma la ritrovata solidarietà patriottica si è sgretolata con il missile che l’8 gennaio ha abbattuto il Boeing ucraino decollato dall’aeroporto di Teheran e scambiato per un aereo nemico.I maldestri tentativi di nascondere la verità e la tardiva ammissione di colpa hanno indignato l’opinione pubblica, stemperando la provvidenziale onda emotiva suscitata dalla morte del generale.L’icona del “martire vivente” non può del resto occultare la grave crisi in cui versa la Repubblica islamica. Dopo avere affossato l’accordo del 2015 sul nucleare iraniano, Trump ha aperto il fuoco sull’economia del Pa

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